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Jangbu storia di uno Sherpa

Sherpa, un termine che indica un gruppo etnico delle montagne del Nepal, da cui per estensione hanno preso il nome i mitici portatori di alta quota delle spedizioni himalayane. Angeli custodi immancabili dei tanti alpinisti.

In una di queste spedizioni abbiamo conosciuto la storia di  Jangbu nato nell’Himalaya a Chhinakpu da una famiglia di agricoltori.

  • Come hai iniziato a fare lo Sherpa?
Ho studiato 8 anni poi ho dovuto aiutare la mia famiglia, mio padre era tornato dal Giappone con una menomazione fisica.
A 22 anni ho iniziato con il durissimo lavoro di portatore:camminare con oltre 30kg sulle spalle su ripidissimi pendii a 4000/5000 metri di altitudine.

Il Nepal è un paese straordinario, con ben 8 delle 14 vette da 8000 mt esistenti al mondo.

Patria di alcuni dei trekking più belli, ma anche più duri al mondo, con sentieri che ricalcano antichissime rotte commerciali tra Tibet e India, usati tutt’oggi dalla popolazione.

Appena il Nepal ha aperto , negli anni ’50 del secolo scorso, le proprie frontiere agli stranieri, sulle tracce dei primi esploratori come Tillman, Shipton, Hillary, Tenzing, Norgay o Mallory, il trekking ha subito attratto viaggiatori avventurosi da tutto il mondo, divenendo ben presto una delle principali risorse economiche del paese.

Ma senza guide qualificate i rischi sono tanti.

 

  • Hai sempre continuato ad accompagnare gruppi?
“Si ho proseguito il lavoro che amo, sono diventato prima aiuto guida, poi  ho perfezionato l’inglese e imparato lo spagnolo e sono diventato capo-guida.
Il mio compito era pianificare e organizzare il viaggio, ingaggiare i portatori risolvere i tanti problemi che si creano in condizioni estreme.
Nel 2014 ho coronato  il mio sogno ho fondato l’agenzia “Saribung Adventure” ora Up Himalayas  www.uphimalayas.com

 

  • Cosa è cambiato sui sentieri del Nepal da quando hai iniziato come portatore ad
    oggi?
“I cambiamenti sono stati innumerevoli: agli inizi si pernottava quasi esclusivamente in tenda o in ripari di fortuna, montando ogni notte l’accampamento, poi con l’aumento del numero dei trekker , e quindi con un maggior afflusso di denaro, si sono sempre più sviluppati lodges e teahouses (una sorta di nostri rifugi alpini ma molto spartani), alcuni dotati addirittura di docce calde (o quasi calde), impensabile fino a qualche anno fa.
Prima i trekking implicavano lunghi percorsi di avvicinamento, ora con la costruzione di piccoli aeroporti  e piste di atterraggio si sono molto ridotti  i giorni di percorrenza necessari (ad esempio il trekking dell’Annapurna necessitava di 18 giorni, ora ridotti a 10 con la costruzione dell’aeroporto a Jomsom).
Un altro cambiamento deriva dalla costruzione di strade che, se da un lato possono migliorare le
dure condizioni di vita dei villaggi, dall’altro stravolgono tradizioni e stili di vita
millenari , sconvolgendo anche l’ambiente (le strade sono in gran parte finanziate e
costruite dalla Cina, che ha quale unico scopo di accedere più facilmente alle fonti di energia idroelettrica nepalese, con preoccupazioni ambientali praticamente nulle!).
Altro elemento di cambiamento è che il trekking è una pratica sempre più globale:
prima arrivavano quasi esclusivamente europei americani e neozelandesi, ben
alleati e conoscitori della montagna, ora si sono aggiunti moltissimi asiatici, in
generale molto meno preparati sia fisicamente che tecnicamente.”

 

Chi sono i tuoi clienti?

“Il mio lavoro si basa molto sul passaparola e sulla conoscenza diretta. Al 50% sono europei, in gran parte italiani, francesi, svizzeri (paese che Jangbu ha visitato due volte) , pochissimi tedeschi. L’altro 50% è costituito da asiatici: Taiwan, Malaysia, Singapore, HongKong i paesi di provenienza.”

 

 

  • Quanti trekking accompagni come guida ogni anno?
“Personalmente accompagno 5-7 trekking l’anno a seconda delle destinazioni e della
durata. Come agenzia altri trek sono guidati dai miei collaboratori Nouri e Pasang.”
  • Il più bel trekking del Nepal, a tuo giudizio?
“Sono affezionato alla regione del monte Saribung, vicino al Mustang, ma soprattutto
il tekking verso Gokyo attraversando il passo di ChoLa (questa intervista è stata
realizzata proprio durante questo itinerario, il 3 Passes trek)”
  • Il più duro?
“Probabilmente quello che, partendo da Lukla, arriva a Chhukung, passando per il
passo dell’ Amphu Labsta non prima di aver salito la vetta del Mera Peak.”

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