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Liberi di pensare

I giocatori della Nazionale turca di  calcio fanno il saluto militare in appoggio al massacro dei curdi da parte del regime di Erdoğan. Il gesto si è ripetuto sia durante il match contro l’Albania sia contro la Francia (foto Il Giornale.it)

Il gesto ha fatto molto discutere, soprattutto perché la decisione dell’attacco  ai curdi è fortemente contestata dall’opinione pubblica internazionale.

E’ lecito per dei giocatori della Nazionale prendere una posizione pubblica così netta su una situazione politica tanto estrema e contestata?

Il giocatore del Milan Çalhanoğlu ha dichiarato ai microfoni di Mediaset riguardo al gesto dei suoi connazionali:  “Siamo con la nostra nazione sempre al 100%. Anche nei momenti non belli. Noi siamo giocatori, la politica è da un’altra parte”.  Cenk Sahin, centrocampista del St Pauli (seconda divisione tedesca) ha fatto lo stesso gesto e ne ha pagato le conseguenze:  Il club lo ha licenziato.

Di certo non sono i primi ed i soli a prendere posizone riguardo al governo turco.

Daniz Naki calciatore già squalificato in passato per 15 giornate per essersi tatuato sull’avambraccio la parola Azadi “libertà” in curdo  e  dal gennaio 2018  squalificato a vita per essersi apertamente schierato contro Erdoğan. “La mia vita è stata costruita sulla libertà, la pace e la lotta per la mia terra. E mi sono comportato con la consapevolezza che tutto non si riduce al calcio. Ho messo al di sopra di tutto, gentilezza, bellezza, solidarietà, pace, vita umana e patriottismo, che richiedono una sensibilità sociale. Perché questi sono i valori a cui sono legato.”

 

Enes Kanter cestista turco  nell’NBA  vive dal 2017 sotto costante minaccia a causa della sua opposizione al governo turco. «Essere il portavoce di questi ideali per un turco vuol dire rischiare la prigione e la violenza da parte dei militari. Come posso restare in silenzio? Ci sono decine di migliaia di persone in prigione in Turchia, tra cui professori, dottori, giudici, avvocati, giornalisti e attivisti. Rinchiusi perché hanno detto di non essere d’accordo con Erdoğan. Centinaia di bambini stanno crescendo in celle strette e anguste al fianco delle loro madri. Democrazia vuol dire avere la libertà di parlare, non dover essere rinchiusi in galera per questo» ha scritto in una lettera aperta al Boston Globe.

Prese di posizione che gli sono costate molto care.

«Non vedo e non parlo con la mia famiglia da cinque anni, mio padre è in prigione, i miei fratelli e sorelle non possono trovare un lavoro. Il mio passaporto è stato revocato, c’è un mandato di cattura internazionale, la mia famiglia non può lasciare il Paese, ricevo minacce di morte ogni giorno, sono stato attaccato, minacciato, hanno provato a rapirmi in Indonesia. La libertà non è gratuita».

E’ giusto tutelare la libertà di pensiero e di espressione, oppure i personaggi sportivi dovrebbero astenersi dall’utilizzare la loro popolarità come volano politico?

Di certo chi si esprime in maniera chiara ed inequivocabile, chi si schiera si fa molti nemici.

Lotta per un idea, se l’idea contrasta con quelle del club, della federazione o di una Nazione rischia penalizzazioni e provvedimenti che possono pregiudicarne la carriera o la vita.

Alcuni atleti sono diventati simboli di ribellione.

Peter Norman velocista australiano bianco , medaglia d’argento dei 200 metri piani ai Giochi olimpici di Città del Messico 1968, divenne famoso per avere solidarizzato, sul podio della citata gara, con gli statunitensi neri Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente oro e bronzo olimpico, i quali avevano inscenato una silenziosa protesta contro le discriminazioni razziali nel loro Paese.

Bruno Neri, centrocampista di Fiorentina e Torino, il 10 settembre 1931 fu l’unico giocatore, durante l’inaugurazione dello stadio di Firenze, a non eseguire il saluto romano verso la tribuna autorità. Divenne poi  partigiano e fu ucciso dai nazisti nel 1944

Lo sport professionistico può fungere da megafono politico?

In quali casi è accettabile farlo? Solo di fronte a palesi ingiustizie o contro dittatori?

E nei casi più ambigui come la rivolta catalana?

Pep Guardiola di fronte alla condanna dei 12 leader dell’indipendenza catalana da parte della Corte Suprema spagnola, si è espresso cosi: “E’ stata la resa pubblica dello Stato spagnolo una sentenza del tribunale equivalente a un attacco diretto ai diritti umani. Il diritto di manifestare, il diritto alla libertà di espressione. E’ inaccettabile nel ventunesimo secolo. La Spagna sta vivendo una deriva autoritaria.”

Di certo ci vuole un cuore impavido per prendere posizione contro i regimi dittatoriali, mettendo a rischio la propria vita.

Ma in ogni caso anche chi sceglie di metterci la faccia  mostra grande coraggio. Non credi?

Esporsi, sottoponendosi a critiche e attacchi in nome di un idea. In nome della libertà. Varcare i confini dello sport per andare Oltre la sfida!

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