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Father and Son

Recita un antico detto “Puledro senza briglia è zoppo in poche miglia”.

Ma nello sport, come nella vita, forse il puledro deve poter scegliere dove galoppare, perché la briglia può proteggere ma anche fare danni, non credi?

Il rapporto tra un padre sportivo  e un figlio che segue le sue orme non sempre è un idillio.

Alle volte papà è guida assoluta,  altre volte compagno di viaggio, altre ancora despota e tiranno.

Storie di padri e figli nello sport.

André Agassi

I bambini sono vittime silenziose delle nostre follie di uomini” Andrè Agassi dal suo libro “Open

Il papà di Andrè lo ha costretto al successo, una carriera costruita non scelta.

“Avevo appena vinto Wimbledon contro Ivanisevic, era il 1992, il mio  primo slam. Chiamai mio padre a casa. – No business losing that fourth set- ovvero : Non c’era alcuna ragione perché tu perdessi quel 4° set. Quella frase significava che non cambiava nulla,  che quel giorno io non ero un figlio contento, ma un lavoro da finire. Che per me non ci sarebbe mai stata pace. Fino a quando sarei stato in grado di reggermi in piedi. Ed è stato così”

Queste parole raccontano la distanza tra un padre e un figlio, la ricerca del successo ad ogni costo, l’urgenza di perseguire obiettivi sportivi. Anche oltre i propri limiti.

Ma i sentimenti, il dolore di un figlio, non hanno nessun un valore?  La sofferenza è un prezzo giusto da pagare in nome del successo?

Un padre che sceglie, impone,  decide,  convinto di avere più strumenti  del figlio per valutare la strada giusta nel modo migliore.

C’è da chiedersi se tutto ciò sia sempre legittimo.

La storia di un grande campione come Andre Agassi ci insegna che i danni prodotti in tenera  età avranno effetti nefasti in futuro.

Afferma André:  “E’ pieno di ragazzi che hanno subito qualcosa di brutale, che hanno fatto rinunce pazzesche per arrivare fin qui. E che un giorno si chiederanno se davvero ne è valsa la pena.”

(Intervista tratta da 7, settimanale del Corriere della sera)

Ma ci sono altre storie. Storie che raccontano un rapporto diverso tra padre e figlio. Storie fatte di scelte non sempre imposte, a volte discusse e conflittuali,  e che hanno portato lo stesso un risultato: il figlio che diventa un campione, come nel caso dello Zar.

Ivan Zaytsev

Vjačeslav Zaytsev  (detto Slava) papà di Ivan è stato un campione di pallavolo prima e allenatore poi. Uno dei più grandi alzatori di sempre.  Campione olimpico, fu il primo atleta professionista russo a lasciare il suo paese per approdare in Italia, a Spoleto, dove nacque Ivan.

«Perché il volley e non il nuoto (la mamma di Ivan è una ex nuotatrice di alto livello)? Perché in famiglia le decisioni le prendeva papà» racconta Ivan

Padre ingombrante, dal carattere forte e impositivo, Slava ha indirizzato le scelte del giovane  Ivan, così come per la scelta del ruolo.

Vedeva per il figlio un futuro nel ruolo di alzatore, così come lo era stato lui. Quando Ivan  decise di passare da alzatore a schiacciatore  i contrasti furono pesanti.

“ Ho sempre pensato che Ivan potesse diventare un ottimo palleggiatore e quando ho saputo che a Roma aveva cambiato ruolo mi sono molto arrabbiato” racconta Vjačeslav “ma adesso mi rendo conto che è diventato uno dei top player nel ruolo di schiacciatore”

Padre presente e figlio con carattere forte, alla fine chi la spunta?

In passato ci sono stati degli attriti, ma ora che sono padre anche io ho capito e accettato il suo punto di vista. Adesso abbiamo un bel rapporto»

Padre che affianca, che consiglia, che guida. Ma anche padre che lascia scegliere: sono le storie di un uomo e di una donna. Due atleti,  due campioni che hanno superato i propri padri: Paolo Maldini e Tania Cagnotto.

Paolo Maldini

Paolo, figlio di Cesare, ottimo calciatore e poi allenatore, come ha scelto di giocare a calcio? E’ stato Cesare a volere che il figlio ricalcasse le sue orme? Niente di tutto ciò…

Non voleva che mi sentissi obbligato a percorrere la sua stessa strada, voleva che mi sentissi libero; non mi ha mai spinto, né ha preteso per me scorciatoie. A 10 anni arrivo al Milan e il tecnico chiede a mio padre: signor Maldini, dove lo faccio giocare? Ah, non so, veda lei, disse mio padre, e andò in un angolo della tribuna, il più lontano possibile dal campo.” racconta Paolo.

Tania Cagnotto

Tania figlia di Giorgio Cagnotto, a sua volta grande campione di tuffi, a 4 anni già inizia con le prime esercitazioni in piscina, anche se lei racconta “Sì, ma quel giorno lì fu per gioco. E poi i miei fecero ostruzionismo.  Provarono in tutti i modi a farmi praticare altri sport come lo sci, il tennis. Perfino il balletto.” “La verità è che i miei non se la sono mai tirata.”

Per Tania il rapporto con i genitori  è stato splendido, è stata lasciata libera di scegliere e anche lei ha scelto di volare in acqua.

Cosa dici sarà stato il dna a produrre il talento? O vedere tuffi e un pallone già quando si è in fasce aiuta a muovere i primi passi in quella disciplina più velocemente degli altri?

Di sicuro avere un grande allenatore per padre, consente di avere consigli di qualità a getto continuo….

Qualcuno ha combattuto da solo, con un padre che non c’era più, e ha dovuto fuggire dal peso di un cognome.

Jacques Villeneuve

Jacques aveva 11 anni quando papà Gilles grande pilota canadese Ferrarista, morì in pista. Papà ingombrante per chi sceglie di fare il pilota, anche e soprattutto se quel campione sono oramai un grande struggente ricordo.

Gilles Villeneuve per me non era un mito, non poteva esserlo. Era il mio papà. Lui con me era severo

Stai pensando: vantaggio innegabile avere per papà un mito delle corse, vero?  Porte aperte da subito? Tanti figli d’arte raccontano un’altra storia…

«Nel 1995 vinco la 500 Miglia di Indianapolis. La gara più importante che ci sia al mondo, a livello automobilistico. E mi contatta la Williams, che all’epoca era il top team della Formula Uno. Accetto la proposta e sento dire: ah, l’hanno preso per il cognome! Ma insomma, che cosa volete da me, cosa debbo dimostrare ancora?»

Un padre che non c’era più nell’adolescenza, ma un cognome che pesava come un macigno, più che aiutare. Questo è stato per Villeneuve portare quel cognome: ha dovuto combattere contro i pregiudizi per mostrare il suo valore in qualcosa che lui stesso ha voluto, anche se la strada è la stessa scelta da quel padre così famoso.

E poi c’è Simoncelli, la storia di un figlio e di un padre difficile da raccontare; lasciamo che a parlare di quella straordinaria forza che è l’amore tra padre e figlio, sia lo stesso Paolo Simoncelli:

 

 

Padre e figlio un legame indissolubile che va oltre la sfida.

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